Viterbo: “Le concessioni commerciali hanno portato rincari e sfruttamento lavorativo”

L’Usb esprime forti dubbi sull'espansione edilizia della Cassia Nord

Viterbo -

L’Usb esprime forti dubbi sulle concessioni edilizie che hanno portato i centri commerciali ad invadere la Cassia Nord.

Gli ultimi dati disponibili rilevano una forte presenza di negozi e centri commerciali nella città di Viterbo, fra questi la vendita alimentare è la più diffusa. Ogni mille abitanti 468 metri quadrati sono destinati a questa tipologia rispetto ad una media nazionale pari a 300.

Sulla città insistono 101 strutture di media grandezza e ben cinque di grandi dimensioni.

In tutto 232 mila metri quadrati sono destinati alla vendita, di cui la maggior parte sulla direttrice Cassia nord, che ha una metratura commerciale ormai superiore a quella del centro storico. Così questo si sta svuotando. Chiudono negozi di vicinato, imprese artistiche e di artigianato. Il 24% dei locali è vuoto, attività ventennali costrette ad abbassare la saracinesca.

Ma sono le nuove esigenze del libero mercato viene ripetuto.

Viterbo, come molti capoluoghi di provincia, cambia volto, diviene città universitaria invece che militare, si apre a famiglie e turisti.

Con questa motivazione, da decenni i piani edilizi hanno concesso sempre più zone edificabili ad uso commerciale sulla direttrice Cassia Nord. Mega strutture, colate di cemento, centinaia di parcheggi (con all’interno rotatorie e veri e propri cartelli stradali per comprendere come uscirne). Il risultato più evidente, però, per cittadini e turisti è la chiusura e l’abbandono nel più completo degrado di edifici storici ad uso culturale e ricreativo.

Il caso esemplare è il Colosseo incompiuto del Riello, quello che doveva essere il più avveniristico centro commerciale e direzionale della Tuscia e forse dell’intero Centro Italiaè, oggi, un mastodonte abbandonato. L’opera, mai terminata, è ferma da sette anni con una devastazione ambientale altissima dovuta al degrado della struttura.

Negli anni, sono state abolite tutte le regole di un mercato controllabile: i limiti territoriali all’apertura di esercizi commerciali, i tetti massimi ai prezzi e i limiti alle aperture nei giorni festivi.

Luci accese dunque, la domenica e i giorni di festa, fino a tarda notte.

Il libero mercato è stato presentato incorniciato da progresso, comodità e ricchezza. I consumatori dovevano essere più liberi di decidere come e quando fare acquisti e scegliere i prezzi più vantaggiosi e accessibili. I lavoratori invece ne dovevano beneficiare, orari flessibili, maggiorazioni, guadagni.

Concorrenza e profitti per tutti, questo doveva essere. Sotto la patina brillante invece emerge solo sfruttamento e Viterbo, nel suo piccolo non si differenzia.

Aumentano i grandi centri commerciali, ma diminuisce la concorrenza e si alzano i prezzi dei prodotti. Una famiglia spende all’anno, per generi alimentari, una media di ottomila euro se si orienta su prodotti di marca e poco di più di quattromila per prodotti generici. Più cara della Città dei Papi solo Cosenza e Aosta, perfino a Roma la spesa è più bassa.

Ma c’è la concorrenza che salvaguarda le famiglie dai prezzi imposti unilateralmente dalla grande distribuzione.

A Viterbo sicuramente no.

Fra Coop e Conad, che si competono la vendita di prodotti di marca, la differenza annuale è di un centinaio di euro. Lo stesso fra Eurospin e Penny Market, che invece si competono la vendita di merce generica, su base annua la spesa si differenzia per appena 300 euro. Un esborso così caro per la Città dei Papi non è sinonimo di stipendi più alti per i lavoratori coinvolti nella filiera agroalimentare, a partire dai campi, passando per la logistica e finendo nel centro commerciale. Prodotti più cari significa un maggior profitto per la Gdo. A riprova, a Viterbo si moltiplicano i contratti precari e a tempo determinato, un lavoratore su tre ha un contratto irregolare.

Dalla crisi ad oggi, nella Tuscia sono raddoppiati i part time involontari, cioè imposti. Una scelta voluta dai datori per mantenere più basso il costo del lavoro e fare maggiore ricorso alla flessibilità. L’ultima frontiera dello schiavismo nel settore sono i lavoratori interinali, i promoter e i merchandising e le cooperative, che gestiscono il rifornimento notturno.

Per fare un esempio, la maggior parte dei negozi stipulano tramite agenzie contratti interinali dai tre ai cinque giorni, mentre i lavoratori operano per mesi. Scaricano i camion, spacchettano i colli e sistemano gli scaffali senza pause e senza misure di sicurezza. Lavorano per turni di nove ore con una paga media di 50 euro.

La diffusione generalizzata di queste forme di cattivo lavoro ha un effetto primario sulla sicurezza. I lavoratori precari, infatti, vengono minacciati di licenziamento se denunciano o lamentano carenze nella sicurezza. Nel Lazio, le malattie professionali sono aumentate del 94%, rispetto ad una media nazionale ferma al 25%, nella sola città di Viterbo, gli infortuni sfiorano i tremila casi a cui vanno aggiunti circa mille lavoratori che subiscono incidenti nel tentativo di recarsi sul posto di lavoro (infortuni in itinere).

L’Usb chiede chiarimenti su come siano state, e vengano tutt’ora, affidate le concessioni edilizie per continuare ad innalzare mostri di cemento che affamano lavoratori e consumatori. A fronte di un rincaro della spesa, un ipotetico tacito accordo di non concorrenza nella grande distribuzione organizzata e uno sfruttamento sempre più massiccio dei lavoratori, sorge il dubbio che più di sviluppo della città quello in gioco sia lo sviluppo dei gruppi imprenditoriali.

L’Usb continua a ribadire che lo sviluppo della città di Viterbo e della sua provincia non passa per la Grande distribuzione nè tantomeno per spianate di cemento che non si sa bene cosa nascondano al di sotto.

Il sindacato in proposito torna ad esortare l’amministrazione comunale, come già fatto prima delle elezioni con tutti i candidati, ad una collaborazione reciproca sia contro il lavoro nero, attraverso un accordo con l’ispettorato del Lavoro, così come già sperimentato in altre città. Sia contro le aperture domenicali obbligatorie per i lavoratori del commercio, tali apertura e quelle festive, possono essere limitate e regolamentate a livello locale.

Se il lavoro non è dignità e diritto, ma speculazione e profitto, Viterbo non conoscerà mai sviluppo.