L'asilo e il permesso restano strumenti per sottrarsi alla violenza e per creare le condizioni in cui è possibile lottare

Con le loro lotte le migranti rifiutano di essere trattate come vittime e rivendicano il diritto di restare non solo quando in fuga dalle guerre o dalla miseria, ma tutte le volte che decidono di progettare il loro futuro altrove

Viterbo -

Dalla riunione tenutasi il 4 e 5 febbraio a Bologna, che porterà il movimento “Non una di meno” verso lo sciopero generale dell’8 marzosono emersi molti temi che riguardano la condizione delle donne migranti in Italia. Usb che aderisce allo sciopero, si fa portavoce dello loro istanze, per il diritto ad una vita dignitosa.

 

“Il sistema dell'accoglienza, legato a doppio filo al sistema delle espulsioni, è sia funzionale alla selezione delle persone e alla loro messa a valore produttiva, sia al controllo e alla gestione delle e dei migranti.

 

Il sistema di accoglienza è stato criticato principalmente come forma di gestione e controllo sulle vite e sulle scelte delle migranti; per il suo ruolo differenziazione tra chi è degna di restare e chi va espulsa; per come attraverso la messa al lavoro "volontario e gratuito" schiavizzi le e i migranti sotto il ricatto dei documenti; per come d'altro lato crei un enorme indotto e posti di lavoro per noi italiane, contraddizione su cui ci dobbiamo interrogare.

 

Sono state discusse alcune questioni centrali come il legame tra permesso di soggiorno e lavoro, il ricongiungimento familiare che lega le donne al permesso dei mariti, la divisione sessuale del lavoro, il diritto di asilo per chi si sottrae alla violenza patriarcale ed economica.

 

Le donne intervenute, a partire dai loro diversi posizionamenti, hanno sottolineato la necessità di partire dalle differenze che caratterizzano le nostre condizioni, scegliendo tuttavia di lottare insieme contro le diverse oppressioni (patriarcali, razziste, classiste) che ognuna di noi sperimenta su di sé con modalità e intensità diverse.

 

Con le loro lotte le migranti rifiutano di essere trattate come vittime e rivendicano il diritto di restare non solo quando in fuga dalle guerre o dalla miseria, ma tutte le volte che decidono di progettare il loro futuro altrove. Ne accettano di doversi raccontare come vittime per ottenere diritti che gli spettano (asilo, permesso, ex art. 18, permesso per sfruttamento sul lavoro). Come è stato detto, esiste una “una guerra fredda della violenza” che intreccia patriarcato e confini contro cui le donne lottano nei paesi di origine e in quelli di arrivo.

 

È necessario partire dal presupposto che con i loro movimenti e con le loro azioni di resistenza e di rifiuto della violenza del razzismo, le migranti mettono in questione l’ordine patriarcale ogni giorno, nei CIE, nei centri di accoglienza, nei luoghi di lavoro produttivo e riproduttivo. In tutti questi luoghi le migranti hanno portato avanti lotte radicali che hanno anticipato e ispirato le lotte di tutte. La violenza del ricatto del permesso e dell’asilo quanto una linea di connessione tra le condizioni delle migranti e quelle di tutte: il fatto che a svolgere il lavoro domestico e di cura, pagato e non pagato, siano principalmente le donne e che questo, e altri lavori in cui sono costrette in quanto tali, sono fortemente precarizzati dal punto di vista dei contratti e dei benefici di welfare.

 

Il fatto che il welfare venga sempre più tagliato e negato produce gerarchie tra le donne e isolamento delle migranti costrette al lavoro di cura - che viene delegato da donne ad altre donne - mentre precarizza la vita di tutte. Anche a partire da qui è necessario uno sguardo critico alla cittadinanza che le femministe hanno messo, fin dal principio, in questione come concetto neutro e quindi oppressivo per le donne. Oggi questo approccio è ancor più urgente, di fronte al disciplinamento imposto alle migranti e alle precarie, ma per molte di noi la cittadinanza, l’asilo e il permesso restano strumenti per sottrarsi alla violenza e per creare le condizioni in cui è possibile lottare.

 

In modo simile, la necessità di rifondare, a partire dall’autodeterminazione, alcuni diritti essenziali per le migranti e per tutte le donne: il diritto alla salute, i diritti di cittadinanza per le seconde generazioni, il diritto di restare senza essere gestite e controllate da padri o mariti, Il diritto di scelta rispetto alla maternità e alle modalità secondo cui essere genitrice, il diritto all’asilo.

Parlare di questi diritti significa parlare di avere gli strumenti per combattere la cultura patriarcale e non essere costrette a subirla.

 

Come rivendicazione politica emersa per l'8 marzo è stato proposto il permesso di soggiorno europeo senza condizioni, senza limiti di tempo e slegato dalla famiglia, dalla residenza anagrafica (specialmente per le donne nelle occupazioni, nei campi e nei centri), dal reddito e dal lavoro. Il permesso incondizionato e illimitato deve essere europeo perché europee sono le istituzioni, gli accordi e le leggi che insieme a quelle italiane stabiliscono il governo della mobilità la limitazione alla libertà di movimento delle migranti, la dipendenza dai mariti, la detenzione (accordi di cooperazione per il controllo delle frontiere e politiche di riammissione).”

 

Ada Tomasello

 

Usb Migranti Viterbo